Ode to Waterpolo

I owe a great deal to Waterpolo. WATERPOLO taught me discipline and perseverance: every single season was made of 9 months of consistent training, suffering, sacrifice and efforts. All to make it to the finals, in the best possible shape and condition, individually and as a team. All whilst working and studying, fitting 4 to 5 trainings per week and games during weekends in my schedule. WATERPOLO taught me the importance of planning and leadership. I learned that success comes with toughtful planning of collective and individual preparation. And beyond driving team and players to stick to the plan, you need a leader to inspire and motivate them to perform. WATERPOLO taught me the importance of both the team and the individual components of the team. Even the weakest element is essential during a training session. You can’t prepare your defense scheme with your 5 best players only. You need all 13 players. And the team will only succeed if the individuals composing it will be able to come together and play in harmony, just like a well oiled symphony orchestra. WATERPOLO taught me that money, publicity or Instagram likes do not motivate me to work hard. Waterpolo doesn’t pay bills ‘round here. And it doesn’t give fame. If you do all of this, it’s ‘cause you f…ing love it, you love the suffering, you love the game. No bullshit, just passion. WATERPOLO taught me the value of learning from the best instead of beating the worst. I thank all the great players that I had the privilege to share lane with. Many of which became close friends. Some of which I traveled the world with. I learned a lot whatching them play, talking and training with them. In life just like in the swimming pool. WATERPOLO taught me that success comes with failure. I swallowed lots of silver, bronze, dust, water and mud to earn that bit of gold. But above all, WATERPOLO gave me the best friends one could hope for. Not all my teammates are friends. Not all the teams I was part of meant family to me. But among my teammates I did find a bunch of people I can truly call Friends and that are Family. I carry all these assets with me every day outside of that swimming pool. Thank you WATERPOLO.

Tyke e Big Mary – per non accettare più la barbarie di circhi e zoo

outoflock

Assieme ai delfini, gli scimpanzé, i polpi, i corvi e le gazze, e alcuni altri animali quali i maiali, i topi e gli scoiattoli, gli elefanti sono spesso considerati tra gli animali più intelligenti del pianeta. Si tratta di mammiferi dalle grandi dimensioni, capaci di provare affetto ed empatia e di manifestarli; sono in grado di collaborare con i loro simili e di riconoscersi allo specchio. Recentemente è stato anche osservato come gli elefanti siano consapevoli del proprio corpo, quindi in grado di percepire i loro corpi nello spazio circostante. Ne esistono tre specie sul pianeta: l’elefante asiatico (Elephas maximus), l’elefante africano (Loxodonta africana) e l’elefante africano delle foreste, ovvero il Loxodonta cyclotis. Sono animali che vivono in branchi, normalmente composti da una ventina di individui, ma che possono arrivare anche a numeri maggiori, e che in natura vivono fino a 60-80 anni. Hanno bisogno…

View original post 2.609 altre parole

War on Drugs, War on Us – Quando la guerra alla droga si ritorce contro

Ribloggo l’interessante e approfondito contributo di un amico. Enjoy

outoflock

Mi piacerebbe poter dire di aver scritto di mio pugno i paragrafi che seguiranno. Non è così, però, ciò che credo essere giusto riguardo all’utilizzo di un blog, è che nonostante il blog sia pensato principalmente per essere una piattaforma dove ognuno esprime i propri pensieri o i propri file multimediali, il blog sia anche un luogo di lode, dove è possibile pubblicare pensieri e passaggi di altri autori. Ho già utilizzato il mio blog a questo fine, e intendo rifarlo con questo articolo.

Ormai diversi anni fa ho letto il primo libro di Sam Harris, filosofo e neuroscienziato statunitense, una delle punte di diamante del movimento noto come New Atheism, a cui, inutile dirlo, mi sento molto affine. Sam Harris è molto poco conosciuto alle nostre latitudini, soprattutto tra chi non si interessa di religione e ateismo. Tuttavia, è molto più conosciuto negli Stati Uniti dove i suoi libri…

View original post 3.980 altre parole

Raccolta bibliografica BibTex con LaTeX

Un veloce post per una questione che potenzialmente può farvi perdere tempo. Se utilizzate LaTex nella redazione di un documento e volete legarlo a una raccolta bibliografica BibTex (.bib) creata con programmi di gestione di bibliografie personali (quali Zotero, EndNote, Mendeley, ecc…), ecco i passi da seguire:

#1: Nel preambolo del vostro documento attivate il package natbib:

\usepackage{natbib}

#2: Alla fine del vostro documento, aggiungete i seguenti comandi:

\addcontentsline{toc}{section}{References}
\bibliographystyle{chicago}
\bibliography{nome_file}

Nel passaggio #2, le diverse righe sono descritte qui:

  1. Questo comando aggiunga una voce di indice per la bibliografia (qui in lingua inglese, indicata come “References”). Se non siete interessati all’indice e volete semplicemente citare le vostre fonti nel documento omettete la riga.
  2. Si tratta del comando per indicare lo stile di citazione da utilizzare. Qui è indicato lo stile “Chicago”. Potete indicare ad esempio lo stile APA con la voce apa al posto di chicago. Per conoscere il codice da utilizzare per il proprio stile, rimando qui.
  3. Questo comando indica a LaTeX il file di bibliografia “.bib” da utilizzare. Inseritelo nella stessa cartella del file LaTeX che volete compilare. Importante: il nome del file non deve contenere spazi!

È tutto. Ora potete citare le vostre fonti nel documento con i comandi appositi e compilando il vostro file dovreste vedere le citazioni secondo il vostro stile e la lista delle referenze che include tutti i documenti che avete citato.

IF, 5.12.2015

La mia recensione di “The Mutt. How to Skateboard and Not Kill Yourself” (R. Mullen & S. Mortimer)

Innanzitutto, chiariamo che non si tratta di un libro che insegna l’arte dello skateboard. Molto semplicemente, questa è l’autobiografia di uno degli skateboarder più influenti di tutti i tempi, Rodney Mullen. Al dilà delle preferenze personali per il suo stile, è infatti indiscutibile che Mullen sia una leggenda vivente di questo sport. Un personaggio che ha dominato per anni la scena internazionale del freestyle (disciplina dello skateboard che prevedeva tricks eseguiti su superficie piatta), che con le sue innovazioni ha messo le basi per lo street skateboarding che conosciamo oggi (quello che fa utilizzo di ostacoli diversi per le acrobazie incredibili che si possono ammirare) e che si è in seguito reinventato street skater quando quest’ultimo ha letteralmente seppellito il freestyle, unica ragione di vita di Mullen fino a quel momento.

Dopo la dovuta introduzione a questo Gigante dello skateboard, veniamo al libro. Premetto che ho letto la versione originale in inglese. Ciò che posso dire, come per la maggioranza dei libri che decido di recensire, è che si tratta di un gran libro. Chiunque da giovane (o meno) abbia praticato dello skateboard, leggendo questo libro proverà una irresistibile voglia di tornare sulla tavola, all’istante. È un libro che ispira libertà, dedizione, passione. Traspare tutto l’amore di Rodney per lo skateboard oltre alla sua incredibile personalità.

Il libro non manca di far respirare al lettore l’atmosfera classicamente Californiana che contraddistingueva lo skateboard, in particolare negli anni ’70 (raccontati nel documentario “Dogtown and the Z-Boys” della leggenda Stacy Peralta) e negli anni ’80. In particolare, si parla proprio degli anni ’80, quelli dei vari Mullen, Hawk, Caballero & Co. che molti di noi (intesi come i miei coetanei o quasi) hanno imparato a conoscere giocando avidamente ai videogiochi della mitica serie “Tony Hawk’s Pro Skater”.

Oltre allo skateboard ed a ciò che ci sta attorno, il personaggio Mullen è capace di comunicare qualcosa di più. Mullen è infatti un artista, un grande innovatore che ha costruito il suo successo sportivo sulla fantasia e sul lavoro, duro. Ore e ore di allenamento, ogni giorno, anche fino a notte fonda, nelle pause tra la scuola ed i lavori in casa ordinati da suo padre e più tardi tra le lezioni presso l’Università della Florida, che ha frequentato con profitto salvo poi interrompere gli studi per fondare una casa di produzione di skateboard con l’eccentrico amico Steve Rocco. Insomma, non solo skateboard, ma anche quella vena di “tutto è possibile” che caratterizza il sogno americano. Una storia che, a mio avviso, non ha nulla da invidiare a quella ben più famosa di Steve Jobs con la sua Apple.

Mullen è un grande personaggio e questo libro è un ottimo modo per conoscerlo, per sognare un po’ e farsi infine ispirare da lui.