Keynes, Bernanke, Draghi e il lungo periodo

A molti sarà capitato di incappare in questa famosa frase del noto economista britannico J.M. Keynes:

“In the long run we are all dead” (originale)

“Nel lungo periodo siamo tutti morti” (mia trad. in italiano)

Tuttavia (o perlomeno nella mia esperienza è stato così), non sempre tale citazione viene collocata entro il giusto contesto. Risulta in effetti polivalente, prestandosi bene anche a situazioni attuali quali il debito pubblico (speso oggi ma pagato dai nostri nipoti) e in generale alle politiche di lungo periodo. Ringraziando Wikiquote riporto di seguito la citazione completa:

“But this long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead. Economists set themselves too easy, too useless a task if in tempestuous seasons they can only tell us that when the storm is long past the ocean is flat again.” (originale)

“Tuttavia il lungo periodo è una cattiva guida nelle scelte riguardanti il presente. Nel lungo periodo siamo tutti morti. Gli economisti svolgono un compito facile quanto inutile se in un periodo burrascoso sono in grado di dirci che il mare sarà calmo soltanto molto tempo dopo che la tempesta sarà passata.” (mia trad. in italiano)

Keynes scriveva così nel suo “A Tract on Monetary Reform” del 1923. Il primo capitolo di quest’opera tratta le conseguenze per la società (sulle diverse categorie di persone quali lavoratori o imprenditori ma anche sull’occupazione) di un cambiamento di valore della moneta (valore nel senso di potere d’acquisto). Nel secondo capitolo Keynes tratta gli effetti dell’inflazione sulle finanze pubbliche e sulla popolazione, analizzando alcuni casi di iperinflazione. Nel terzo, che comprende il passaggio riguardante il lungo periodo, Keynes si china sulla “Quantity Theory of Money”, ossia quella teoria che indica come a parità di condizioni economiche, un deliberato aumento della moneta in circolazione porta ad un proporzionale aumento dei prezzi (anche il salario è un prezzo, del Lavoro), senza alcun effetto sulle variabili reali .

In altre parole, ad es. raddoppiando la massa di moneta in circolazione si otterrebbe simultaneamente un raddoppio sia dei salari che dei prezzi. Se aumentassero solo i salari ed i prezzi rimanessero uguali, il potere d’acquisto degli individui aumenterebbe. Se al contrario aumentassero solo i prezzi ma i salari rimanessero uguali (tipico modo di descrivere l’inflazione), il potere d’acquisto degli individui diminuirebbe. Se invece tali variabili in risposta ad un aumento della massa monetaria si muovono assieme come prospetta la Quantity Theory, si conclude che la moneta non ha effetti reali sull’economia (si parla anche di neutralità della moneta).
Se così fosse anche nel mondo reale, se perciò il benessere (meramente economico) di una data nazione non potesse essere in alcun modo alterato da variazioni della massa di moneta, le banche centrali non avrebbero motivo di esistere. Invece, in particolare in questi tempi di “tassi di riferimento a zero” e “quantitative easing”, sembra che le grandi banche centrali come BCE e FED prendano molto seriamente il proprio ruolo a difesa dell’economia. Anche nella piccola Svizzera, negli ultimi anni la BNS è spesso finita sulle prime pagine dei giornali, per la lotta al franco forte, le vicende dell’ex direttore Hildebrand, il tasso di riferimento e la chiusura in attivo del fondo di salvataggio UBS.

Per tornare alla citazione di Keynes, come egli stesso scrive nel suo A Tract on Monetary Reform (1923), la Quantity Theory of Money (e in particolare la cosiddetta neutralità della moneta) è confermata solo nel lungo periodo. Riguardo a questo vi è peraltro ampio consenso accademico (anche se ciò non per forza significa verità assoluta, visto che il consenso è tale solo tra le scuole di pensiero cosiddette “ortodosse”) ed evidenza statistica (anche se questa non indica per forza relazione causale, si veda a a tale proposito questo post su Keynesblog).
Nel breve periodo sembra invece che movimenti della massa di moneta abbiano un impatto su variabili reali quali il PIL e l’occupazione, anche se entità e natura di tale impatto sono ben lungi dall’essere compresi, come dimostra l’effetto nullo sulle rispettive economie della sproporzionata iniezione di liquidità perpretrata dai vari Bernanke e Draghi. A tale proposito, propongo un (fantastico) intervento di Nicholas N. Taleb (personaggio di cui ho già scritto in altri post):

Ma (e qui veniamo al succo), è veramente solo al lungo periodo che si deve guardare nel prendere decisioni che hanno effetto sul presente? Come scrive Keynes (1923) e come ci confermano gli effetti (o meglio l’assenza di essi) delle azioni di FED e BCE sull’economia reale (discorso diverso vale per le istituzioni finanziarie), l’aumento di massa monetaria nel breve periodo genera reazioni imprevedibili sull’economia. Nel migliore (ideale) dei casi, l’economia viene stimolata, l’occupazione cresce ed in seguito si stabilizza, mentre gradualmente si raggiunge un livello dei prezzi più alto. Nel peggiore dei casi, come potrebbe essere il caso di Europa e USA oggi (ovviamente non si tratta di ipotesi), non si ottiene nessun effetto sull’occupazione (ad esempio perché la liquidità immessa nel sistema rimane nei forzieri delle banche) ed in seguito, magari non troppo gradualmente, si soffrono una severa inflazione che innalza i prezzi sino ad un livello più alto rispetto a quello iniziale, ad esempio per effetto di bolle speculative gonfiate da questa massa di capitale (su questo tema sono interessanti anche i contributi della cosiddetta quantum macroeconomics, che risale a B. Schmitt).
Ovviamente, nella prima situazione le banche centrali avrebbero svolto bene il proprio lavoro. Ma siccome l’economia non è soggetta a leggi assimilabili a quelle della fisica, è difficile essere certi del proprio operato salvo poi trovarsi in una situazione estremamente difficile nel caso in cui le scelte fatte si rivelassero sbagliate.

Per i motivi sopra (a mio avviso) il buon senso impone della sana prudenza, prudenza che coscientemente o meno le grandi banche centrali sembrano non avere rispettato portando  a zero i tassi di interesse a livello globale, inondando il mondo di moneta priva di ogni valore, aggrappati a delle supposizioni che se non infondate, sono quantomeno soggette ad ampi margini di errore. Se il caso peggiore dovesse realizzarsi, il percorso verso il “lungo periodo” in cui si tornerà ad una situazione stabile si rivelerà estremamente doloroso per tutti. Credo, con un minimo di cognizione di causa e certamente reinquadrandola nel giusto contesto, che con la sua frase John Maynard Keynes in fondo intendesse proprio questo…

Buon 2014 a tutti!

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