La crisi economica. Alcuni spunti di riflessione

 Negli ultimi anni si è assistito ad una crescita esponenziale di notizie riguardo a manovre di banche centrali o governi volte a combattere la grave crisi economica che grava sul mondo Occidentale e i tanti problemi ad essa legati. Risale a pochi giorni fa ad esempio l’annuncio della FED di un sostanziale proseguimento della attuale politica di forte espansione monetaria, nell’ormai vuota speranza che questa favorisca la ripresa dell’attività economica e dell’occupazione.

Sin dai primi mesi in cui si è manifestata, la crisi è stata seguita da sforzi indirizzati al settore finanziario, additato come colpevole di tutto ma importante al punto da monopolizzare l’attenzione e le risorse messe in campo. I tassi di interesse azzerati, le strategie monetarie e le politiche fiscali dovrebbero favorire una ripresa dell’attività creditizia e di riflesso investimenti ed occupazione. Inoltre, le politiche di austerità ed il terrorismo fiscale dovrebbero garantire nel lungo termine la sostenibilità finanziaria degli stati oggi in difficoltà. Nonostante tutto ciò, occupazione e consumi stagnano, la crescita (del PIL, che sono poi i consumi) latita e i salari talvolta diminuiscono.

Di seguito è offerta un’analisi di questo difficile quadro, con alcuni spunti di riflessione.

Salvataggio delle banche

Innanzitutto, sembra passare inosservata la maniacale ossessione nel salvare banche e banchieri mentre la gente comune continua ad impoverirsi, con una pressione al ribasso dei salari, precarietà, dumping ecc. Nessuno sembra curarsi di questa situazione, come se fosse la cosa più naturale da fare. Un motivo di questa calma apparente è probabilmente da ricercare nel ruolo e nell’atteggiamento dei media di ogni tipo, che ben si guardano dal denunciare la situazione ma piuttosto parlano di strategie, operazioni, spread, tagli a spesa e deficit. Si pensi ad esempio a come è stato dipinto il movimento “Occupy Wall Street”.

Il sistema finanziario ha un ruolo centrale nella gestione delle risorse in un economia evoluta (dove il baratto non è al centro degli scambi). Questo ruolo si riduce però essenzialmente all’attività di raccolta depositi ed emissione di crediti.

Le restanti caratteristiche moderne della finanza non hanno un ruolo insostituibile nell’economia, al di fuori del limitato settore che rappresentano. Come a dire che le scarpe non sono fondamentali per il futuro dell’umanità quanto lo sono per la sopravvivenza dei produttori di scarpe attivi nel relativo mercato. Si tratta di strumenti che hanno uno scopo e delle potenzialità, ad esempio nell’ambito della gestione del rischio, ma che recano a loro volta dei rischi. Se le banche e i banchieri hanno subito delle perdite con questo tipo ti attività, ) dovrebbero pagare come qualsiasi altro attore economico.

Ad esempio, se una persona perde del denaro giocando in un Casinò non ha alcuna possibilità di andare a Berna e chiedere che gli siano restituiti. Similmente, se un ristorante non ha successo prima o poi chiuderà i battenti, forse lasciando dei debiti scoperti che non verranno rimborsati, con i creditori che finiranno per perdere dei soldi (in linguaggio tecnico il “default”).

Lo stesso dovrebbe valere per le banche nelle attività non essenziali per l’economia. Chi sbaglia paga: un principio essenziale che sembra immotivatamente non essere valido per le banche.

I consumi non decollano

I consumi non crescono e perciò la tanto attesa crescita economica stenta a farsi vedere. Ma è sufficiente un ragionamento semplice per comprendere il motivo di questa tendenza. Vediamone assieme i passaggi.

Partiamo da una ovvia constatazione (1): la popolazione di una certa nazione o regione è costituita in larga maggioranza da salariati. In altre parole gli indipendenti, i manager ed i proprietari rappresentano numericamente una quota minore.

Inoltre (2): per quanto le disponibilità dei secondi siano maggiori, i loro consumi in beni e servizi non di lusso (che di nuovo sono molto più numerosi di quelli di lusso) non differiscono di molto da quelli della gente comune.

Analizzando la situazione, ci accorgiamo che (3) gli indipendenti (o imprenditori) pagano direttamente il prezzo delle loro azioni. Sono direttamente soggetti alle fluttuazioni del mercato e la loro forza e iniziativa dipende fortemente dalla disponibilità di crediti. Così saranno, si presume, anche i loro consumi. Gli imprenditori sono preziosi per l’economia ed oggi sono fortemente penalizzati dalla sterilità del credito da parte delle banche, cosicché l’innovazione ne risulta frenata.

Riguardo alla categoria dei manager (4), si può con buona sicurezza dire che essi non pagano alcun prezzo per la crisi. Gli stipendi rimangono stabili e le loro automobili delle fuoriserie di lusso (alcune banche stanno addirittura tornando a distribuire bonus, letteralmente con i soldi iniettati dalle banche centrali). I manager delle grosse corporation rendono conto a uno o due azionisti di maggioranza, mentre gli azionisti di minoranza (spesso i salariati tramite i fondi pensione ecc.) hanno ben poca voce in capitolo. Per preservare la propria posizione e la redditività aziendale (e quindi degli azionisti di maggioranza) avviano ristrutturazioni aziendali che generano fondamentalmente tagli ai costi sotto forma di licenziamenti, di nuovo a spesa dei salariati ossia la categoria numericamente più importante.

Anche i proprietari di azienda (5) tendono a voler preservare il proprio capitale e la relativa redditività. Se l’attività economica si contrae, riducono i costi licenziando dipendenti per mantenere un pari livello di utile ed eventualmente posticipano nuovi investimenti.

Ora: (3), (4) e (5) implicano che manager e proprietari di azienda tendenzialmente mantengono lo stesso tenore di consumo durante una crisi, mentre salariati e indipendenti (imprenditori) vedono di regola ridotto il loro potenziale di consumo (6).

Se mettiamo in relazione (1), (2) e (6) i motivi dell’assenza di una ripresa economica (dei consumi, ossia del PIL) appaiono piuttosto chiari. Come si può sperare in una vera ripresa se la massa dei consumatori si vede drasticamente ridurre le possibilità ed i mezzi per poter consumare?

Aiuti alle banche per stimolare i consumi? Nella speranza di stimolare l’offerta…

Qualcuno obietterà affermando che i salvataggi delle banche sono volti a stimolare la fiducia ed il credito, riattivando il circolo virtuoso dell’economia e con esso l’occupazione ed infine i consumi. Un approccio orientato all’offerta insomma.

Tuttavia, la reazione dei consumi implica diversi passaggi che non sono in alcun modo automatici, immediati o scontati. Le aziende devono investire, creare lavoro e solo dopo che il lavoro sarà aumentato anche i consumi riprenderanno ad aumentare.

Inoltre, a monte, questo circuito si attiva soltanto se le banche fossero obbligate ad aprire i rubinetti del credito in modo massiccio. Ciò che invece accade è che le banche ricevono denaro a costo zero, che non prestano agli imprenditori in quanto questi non presentano le necessarie garanzie. L’enorme massa di moneta iniettata artificialmente da banche centrali e governi si trasferisce quasi istantaneamente ai mercati finanziari, lasciando l’economia reale a bocca asciutta.

Keynes e lo stimolo alla domanda

Tutti sanno che il grande economista J.M. Keynes sosteneva l’intervento pubblico in economia. Molti oggi criticano i governi che hanno applicato in passato gli insegnamenti dell’economista inglese, rilevando come tale atteggiamento abbia avuto lo spiacevole effetto di creare una montagna di debito pubblico. Questo è innegabile, così come appare giustificato mantenere il principio di pareggio di bilancio per uno Stato entro un orizzonte temporale ragionevolmente lungo. Tuttavia, Keynes affermava molto semplicemente che nel breve-medio periodo e in situazioni in cui i consumi stagnano, sia da privilegiare un intervento di stimolo della domanda anche a patto di indebitarsi temporaneamente.

Per inciso, senza considerare gli scambi con l’estero (per semplicità), il PIL di una nazione (Y) è composto essenzialmente da consumi privati (C), investimenti di privati e imprese (I) e spesa pubblica (G). In un momento in cui i consumi stagnano, anche gli investimenti tendono a rallentare, come esposto sopra. Pertanto, l’unica possibilità per far crescere (Y) è aumentare la spesa pubblica (G); ciò può essere fatto a patto che lo stato si indebiti.

Questo stimolo della domanda per Keynes avrebbe innescato il circolo virtuoso che oggi si tenta di attivare foraggiando le banche.

La riflessione che qui voglio portare è duplice. Da un lato credo che appaia in modo chiaro l’errore concettuale di chi oggi critica Keynes, il quale non sarebbe certo stato favorevole a situazioni quali quella degli USA in termini di debito pubblico. Le critiche dovrebbero piuttosto essere dirette agli amministratori che in modo (più o meno coscientemente) irresponsabile hanno creato debiti che nessuno mai sarà in grado di ripagare, creando valore dal nulla e inflazionando l’economia con degli effetti potenzialmente devastanti.

D’altro canto, il breve accenno a Keynes fa riemergere un argomento già trattato alcuni paragrafi sopra, ossia l’importanza di partire dalla domanda per stimolare i consumi.

Perché non l’offerta?

In estrema sintesi, sin qui si sono delineate due vie di intervento di stimolo dell’economia, ossia le strategie dal lato dell’offerta (quelle che oggi si invocano) e quelle dal lato della domanda (di stampo keynesiano).

Riguardo alla preferenza da accordare al circuito di trasmissione della domanda, più direttamente legato ai consumi rispetto al circuito che parte dall’offerta, si è già scritto sopra. Ma riguardo alle politiche dal lato dell’offerta, vi è un altro importante elemento di riflessione.

Per iniziare, gli stimoli dovrebbero favorire fiducia e investimenti delle imprese, in modo che queste tornino ad assumere personale e produrre beni e servizi. Ma, siamo sicuri che nei nostri paesi industrializzati ciò che serve è proprio ulteriore capacità produttiva?

La grande sovrabbondanza di beni (e servizi) è innegabilmente davanti agli occhi di tutti. Alcuni esempi: tonnellate di cibo letteralmente cestinato ogni giorno nei nostri grandi magazzini, decine di migliaia di automobili prodotte ferme sui piazzali delle case produttrici, scaffali sempre traboccanti di vari prodotti commerciali ma anche macchinari industriali invenduti, fabbriche in chiusura perché incapaci di liquidare gli stock, ecc. Sotto questa luce la crisi si delinea piuttosto come situazione di sovrapproduzione.

Questi pochi paragrafi non vogliono offrire una risposta definitiva, ma piuttosto qualche spunto di riflessione più o meno critico nella speranza che la situazione migliori per tutti.

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